Le parole sono importanti, ma spesso è il linguaggio non verbale a fare la differenza. Spesso le barriere più alte non sono fatte di cemento, ma di piccoli automatismi e leggerezze che compiamo a volte in totale buona fede. Insieme a Elena Pignatelli, formatrice di AISM, abbiamo analizzato tre situazioni molto comuni in cui un semplice cambio di prospettiva può fare un’enorme differenza, trasformando un potenziale momento di disagio in un’occasione di rispetto.
L’effetto “bypass” e il diritto di parlare in prima persona
Immaginiamo di trovarci in un ufficio pubblico, alla cassa di un supermercato o semplicemente al tavolo di un ristorante. Una persona con disabilità fa per chiedere un’informazione o per ordinare, ma l’interlocutore, anziché guardare lei, si gira verso chi la accompagna e chiede: «Cosa prende la signora?» oppure «Di cosa ha bisogno il signore?».
Questo scivolone, purtroppo frequentissimo, rappresenta una delle barriere relazionali più frustranti. Viene definito “effetto bypass” ed è quell’automatismo, spesso inconscio, per cui si tende a ignorare il diretto interessato, annullando di fatto la sua presenza, il suo potere decisionale e la sua dignità di persona adulta.
La regola per smantellare questo schema è di una semplicità disarmante: basta guardare negli occhi la persona con disabilità e rivolgersi direttamente a lei, esattamente come faremmo con chiunque altro. Se poi la persona avrà bisogno del supporto del suo accompagnatore per rispondere o interagire, sarà lei stessa a farlo capire o a chiederlo direttamente a chi le sta accanto. Restituire la parola significa, prima di tutto, restituire centralità alla persona.
Gli anni non si dimezzano: la trappola dell’infantilizzazione
Un altro comportamento involontario, spesso dettato da un malinteso senso di affetto o da una ricerca istintiva di “tenerezza” (che quasi mai è richiesta), è la tendenza a infantilizzare l’interlocutore. Questo accade, ad esempio, quando ci si rivolge sistematicamente a persone adulte chiamandole “ragazzi” o “ragazze”, o peggio usando diminutivi affettuosi non reciproci, oppure quando si passa immediatamente a un “Tu” informale in contesti lavorativi o formali.
La presenza di una condizione di disabilità non cancella l’età anagrafica, i titoli professionali, i vissuti personali né, tanto meno, il diritto alla riservatezza di un individuo. Calibrare il linguaggio in base all’età e al contesto, mantenendo lo stesso identico livello di formalità o di confidenza che utilizzeremmo con chiunque altro, è il modo più diretto per riconoscere l’altro come un proprio pari. Se daresti del “Lei” a una persona di quarant’anni, non c’è alcun motivo per dare del “Tu” a un suo coetaneo solo perché si sposta in carrozzina.
Un’estensione del corpo: il rispetto dello spazio personale
Quando interagiamo con qualcuno che utilizza una carrozzina o altri ausili per la mobilità, come le stampelle o il bastone bianco, tendiamo a dimenticare che quegli strumenti non sono semplici oggetti inanimati. Per chi li usa, rappresentano a tutti gli effetti un’estensione del proprio corpo e del proprio spazio intimo.
Appoggiarsi alla carrozzina di qualcuno come se fosse un mobile su cui riposarsi un momento, usarla temporaneamente per appenderci una giacca o, peggio ancora, afferrare le maniglie e iniziare a spingerla da dietro senza preavviso, costituisce una vera e propria invasione dello spazio personale. Basterebbe ribaltare la situazione per comprendere il cortocircuito: nessuno di noi accetterebbe mai che uno sconosciuto lo prendesse improvvisamente per le spalle per spostarlo lungo il marciapiede, anche se con l’intenzione di fargli un favore.
Prima di agire, la strada corretta passa sempre dall’ascolto e dal consenso. Una domanda semplice e aperta come «Posso aiutarti in qualche modo?» restituisce il controllo alla persona, che sarà libera di accettare il sostegno, spiegare come preferisce essere aiutata o declinare l’invito con un sorriso se è perfettamente in grado di fare da sola.
L’inclusione reale non richiede imprese titaniche. È fatta di micro-abitudini, di sguardi diretti, di ascolto e di rispetto per l’autonomia altrui. Sono proprio questi piccoli dettagli quotidiani a determinare la qualità del tessuto sociale all’interno di una comunità.
E tu, quanto sei attento nelle tue relazioni di ogni giorno?
Fare spazio a questi piccoli gesti è il modo migliore per continuare a “pensare inclusivo”, proprio come ci racconta la nostra web serie sui canali social. Nel prossimo articolo di approfondimento faremo un ulteriore passo avanti: lasceremo le relazioni interpersonali per parlare di di barriere fisiche e digitali e di come il concetto di Universal Design stia ridefinendo il modo di progettare le nostre architetture fisiche e digitali.