“La penna è più potente della spada” scrisse nel 1839 il drammaturgo britannico Edward Bulwer-Lytton, trasformando in sentenza una consapevolezza diffusa che era già nell’aria fin dai tempi di cicerone. Oggi la penna è (quasi) scomparsa, ma il suo posto è stato preso da mezzi molto più potenti e intrusivi. Le parole stesse, da fendenti, possono diventare bombe che in molti casi sarebbe utile disinnescare. Ne abbiamo parlato con il linguista Federico Faloppa ospite al Festivaletteratura di Mantova per presentare il suo ultimo lavoro “Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio” confrontando con lui sui temi che abbiamo seguito quest’anno nella rubrica Pensieri Inclusivi cioè le parole e la loro capacità di creare barriere (o di abbatterle)
Lavorando con AISM abbiamo notato che anche quando si parla di disabilità c’è la tendenza sempre più diffusa all’utilizzo di metafore belliche (lotte, battaglie da vincere) accanto alla trappola dell’eroe a tutti i costi e dell’inspirational porn. Esiste quindi una forma di “linguaggio armato” anche in questo campo?
“Credo di sì, anche se non parlerei necessariamente di linguaggio “armato”, nel senso più tradizionale del termine, o per come ne scrivo in Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio (effequ 2026). Parlerei piuttosto di un linguaggio che – attraverso l’uso di figure retoriche molto radicate – tende a incasellare l’esperienza della disabilità dentro cornici narrative molto rigide. Le metafore belliche ne sono certamente un esempio. Quando diciamo che qualcuno “combatte”, “lotta”, “vince una battaglia”, stiamo utilizzando immagini potenti, culturalmente consolidate, e spesso animate da buone intenzioni. Tuttavia, e dobbiamo esserne consapevoli, queste immagini non sono neutre: suggeriscono che fare esperienza della disabilità o, in altro ambito, della malattia possa essere letto come un conflitto permanente, fatto di momenti epici, prove eroiche, sconfitte brucianti. Ma ogni guerra, per definizione, prevede vincitori e vinti. Ed il rischio è che chi non corrisponde a questo modello eroico venga percepito come qualcuno che non ha “combattuto” abbastanza – con abbastanza volontà od orgoglio – o non ha saputo “vincere”. È una forma di pressione simbolica che può diventare molto pesante, sia per la persona sia per chi le sta vicino.
Qualcosa di simile avviene con quella che Stella Young chiamava inspirational porn: la persona con disabilità non viene vista nella sua complessità, ma trasformata in una fonte di ispirazione per gli altri, soprattutto se mostra una forza e una resistenza da “combattente”, appunto. Col risultato che la persona, con la complessità della sua vita quotidiana, rischia di sparire dietro la narrazione. Successi e insuccessi vengono così letti puramente come fatti individuali, mentre passano in secondo piano le responsabilità collettive, le barriere e le risorse sociali che contribuiscono a determinarli o facilitarli”.
Per questo motivo credo sia preferibile ragionare su come restituire alle persone la possibilità di raccontarsi in modi diversi, sottraendole sia alla stigmatizzazione sia all’obbligo di essere esempi viventi di coraggio e resilienza, quando non “combattenti” o “eroi”.
Dal punto di vista dell’hate speech: nel campo della disabilità e dell’accessibilità, esiste ancora un discorso d’odio? Si cela ancora da qualche parte nonostante i progressi fatti negli ultimi anni?
Sì, esiste ancora. Forse è cambiato, forse in alcuni contesti è diventato meno esplicito, ma non è affatto scomparso. Anzi. I monitoraggi e le analisi svolte negli ultimi anni dalla Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio, di cui sono stato co-fondatore, mostrano come l’abilismo continui a essere ampiamente presente nel discorso pubblico e online. Lo dice – con tanto di dati quantitativi – la «Mappa dell’Intolleranza» di VoxDiritti, lo dicono i casi raccolti da FISH – Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie. Spesso non si manifesta in modi apertamente aggressivi o attraverso incitamento all’odio esplicito, ma emerge in forme apparentemente banali (meglio, banalizzate: come battute, stereotipi, nell’uso di termini legati alla disabilità come insulti generici, nella ridicolizzazione o nell’infantilizzazione delle persone, nelle microaggressioni…). Tuttavia, proprio queste forme ci fanno capire quanta poca attenzione si faccia, spesso, alle sensibilità delle persone, ai loro vissuti, e alla loro rappresentazione sociale. E quanto ancora si sia ancorati a un modello di “normalità” (machista) performativo e ipercompetitivo, culturalmente (e ideologicamente) costruito e non corrispondente alle vite reali. Proprio su questo modello, d’altronde, si innestano retoriche pericolosissime e francamente umilianti per l’intera società che se le deve sorbire come quelle che preconizzano “classi differenziali” per persone con disabilità, o identità “muscolari” cui si dovrebbero ispirare le nuove generazioni.
D’altronde, le persone con disabilità non da oggi si trovano spesso schiacciate tra tre forme di discorso: da una parte lo stigma, la derisione e la discriminazione; dall’altra un paternalismo che parla continuamente di loro senza lasciare loro spazio di parola; infine il racconto “eroico” di cui parlavamo prima. Per questo credo che il problema non sia solo riconoscere l’odio solo quando è evidente, al limite della denuncia penale. Dovremmo imparare a riconoscere anche tutte quelle forme di rappresentazione che, pur senza essere apertamente ostili, finiscono per limitare l’autonomia e la complessità delle persone”.
Cambiare questa narrazione, però, è possibile, ancora una volta grazie alle parole o meglio alla sensibilità applicata al linguaggio. Ne abbiamo parlato, sempre con il professor Faloppa, nel secondo articolo di approfondimento.