Nel 1818 Caspar David Friedrich dipinse un’immagine destinata a diventare simbolo del Romanticismo: Il viandante sul mare di nebbia. Un uomo ritratto di spalle, fermo su uno sperone di roccia, che osserva in silenzio la vastità insondabile e minacciosa della natura. Per secoli ci siamo sentiti esattamente così: piccoli, vulnerabili e impotenti di fronte a un orizzonte senza confini. Oggi, però, quella nebbia somiglia molto allo smog, e l’immensità che ci spaventa non è più la natura a perdita d’occhio, ma il peso enorme del nostro stesso impatto su di essa. Come possiamo pensare che chiudere il rubinetto dell’acqua serva a qualcosa, quando intere calotte polari si stanno sciogliendo?
John Green: la vertigine dell’Antropocene
Per capire fino in fondo questa sensazione di smarrimento e onnipotenza, la bussola teorica perfetta è Benvenuti nell’Antropocene di John Green. Il termine Antropocene, diventato ormai di uso comune, unisce il greco anthropos (essere umano) e kainos (nuovo, recente). Indica insomma l’epoca “nuova”, quella definita per la prima volta esclusivamente dall’impatto umano. L’autore ci sbatte in faccia una realtà che dà letteralmente le vertigini: non siamo più dei semplici passeggeri sulla navicella Terra, siamo diventati la forza geologica dominante. Abbiamo deviato fiumi, modificato l’atmosfera e alterato la chimica degli oceani.
Leggere le sue pagine significa prendere coscienza che l’epoca in cui viviamo porta la nostra firma. L’Antropocene ci fa sentire giganti come specie, ma minuscoli come individui. Da una parte, l’umanità nel suo insieme ha dimostrato di possedere un potere quasi divino e distruttivo sulla natura; dall’altra, ognuno di noi, nel proprio quotidiano, si scontra con una domanda frustrante: “Che senso ha rinunciare a un bicchiere di plastica mentre si abbattono intere foreste?”. Fissare l’abisso delle statistiche globali rischia di paralizzarci in un senso di inevitabile eco-ansia: è il momento in cui la paura si trasforma in rassegnazione e spegne la nostra spinta all’azione.
Agnese Baruzzi: l’alfabeto del qui e ora
Ed è proprio quando ci sentiamo paralizzati e impotenti che serve l’antidoto perfetto. Se John Green ci catapulta nella stratosfera del pensiero, Agnese Baruzzi, con 15 cose che posso fare per il mio pianeta, ci riporta brutalmente con i piedi per terra. È un libro interattivo pensato per i più piccoli, ma capace di parlare a tutti.
Baruzzi ci offre l’ABC dell’azione: spegnere la luce, riciclare, non sprecare il cibo. Possono sembrare gesti quasi ingenui se paragonati alle emissioni globali, ma sono una vera e propria àncora di salvezza contro l’immobilità. Se Green ci costringe a guardare il macrocosmo, Baruzzi ci ricorda che le nostre mani servono qui e ora. Spegnere quel famigerato interruttore non abbasserà le temperature stasera, ma ci reinserisce come attori attivi in una storia millenaria.
Abitare il domani
Questa continua tensione tra la grande teoria globale e la piccola pratica quotidiana ci appassiona anche qui nella nostra Città dell’Energia. È la consapevolezza complessa che vogliamo esplorare in Fuoripagina, la rubrica che ospita i consigli di lettura tratti dall’Ecobiblioteca del Festivaletteratura di Mantova. Non si tratta di scegliere tra la vastità della storia e la concretezza di un interruttore spento. Si tratta di accettare che per abitare il futuro servono entrambe le cose: lo sguardo lungo di chi sa in che era vive, e il passo breve di chi sa cosa fare stamattina.
E voi, da che parte state? Vi sentite paralizzati dalle grandi ere o trovate coraggio nei piccoli gesti quotidiani?
Fuoripagina torna a luglio con due nuovi titoli da leggere insieme. Intanto diteci la vostra sui nostri canali social: gocce nell’oceano o artefici del cambiamento?