Nel nostro precedente approfondimento (inserire link al primo dei due articoli) dedicato all’incontro mantovano con il linguista Federico Faloppa, abbiamo esplorato come l’hate speech e i pregiudizi abilisti continuino a insinuarsi nel quotidiano, spesso nascosti dietro metafore o stereotipi solo in apparenza innocui. In questa seconda parte dell’intervista, raccolta in occasione del Festivaletteratura di Mantova 2026, abbiamo deciso di cambiare prospettiva, guardando al linguaggio come a uno spazio di condivisione da cui partire per abbattere le barriere.
La rincorsa ossessiva alla parola più “politicamente corretta” non rischia, a sua volta, di trasformarsi in una nuova barriera? Come si può “disarmare” il discorso senza cadere in un atteggiamento giudicante?
“Sì, il rischio esiste. Quando la discussione si riduce alla sorveglianza delle parole, può trasformarsi essa stessa in una barriera. Ma la soluzione non è rinunciare all’attenzione linguistica: è sviluppare una maggiore consapevolezza del rapporto tra parole, contesti e persone. Personalmente penso che il problema non sia trovare la parola perfetta, perché la parola perfetta, assolutamente ‘neutra’ semplicemente non esiste. Nel tempo e secondo le circostanze le parole cambiano, i contesti cambiano, cambiano anche le sensibilità delle persone. Ridurre tutto a una questione terminologica rischia quindi di essere fuorviante, ed eccessivamente prescrittivo. Detto questo, occorre essere consapevoli dei significati, e di come e perché sono cambiati. Anni fa scrissi per il sito dell’Accademia della Crusca un commento in cui affrontavo l’evoluzione dei termini usati per riferirsi alla disabilità, mostrando come il cambiamento linguistico riflettesse trasformazioni culturali, sociali e scientifiche. Storicamente, termini un tempo considerati comuni (per esempio, spastico) sono stati progressivamente abbandonati perché percepiti come stigmatizzanti. E sono stati sostituiti prima da handicappato e portatore di handicap, per molti anni considerati ‘neutri’ – tanto da essere usati anche nella legislazione italiana – quindi a partire dagli anni Novanta da disabile, diversamente abile, e persona con disabilità, anche grazie all’evoluzione delle classificazioni internazionali e alla crescita della consapevolezza sociale. Questi passaggi fanno vedere come, nei decenni, il concetto di «disabilità» si sia gradualmente spostato da una visione centrata sul deficit individuale a una che considera il ruolo dell’ambiente, e delle barriere sociali, della dimensione sociale. E che soprattutto non schiaccia una persona su una sola caratteristica. In questo quadro, per esempio, sono comparsi termini come diversamente abile, nati con l’intento di valorizzare le capacità delle persone anziché le limitazioni, ma oggi ritenuti inadeguati perché visti come eufemistici (e quindi implicitamente stigmatizzanti), artificiosi o eccessivamente legati a una rigida interpretazione del politicamente corretto. In anni recenti, infine, abbiamo assistito e partecipato al vivace dibattito su person first (persona con disabilità) vs disability first (disabile), con motivazioni razionali a sostegno di entrambe le opzioni. Proprio quest’ultimo dibattito ci insegna che la cosa più utile da fare, forse, è adottare un approccio flessibile e sensibile, che tenga conto tanto dell’evoluzione lessicografica quanto delle preferenze delle persone coinvolte e dei diversi contesti comunicativi.
A proposito di giusto vs sbagliato, un po’ di flessibilità aiuterebbe tra l’altro a non alienare nessuno da questa discussione, né tantomeno da un uso consapevole. Se una persona ha paura di parlare perché teme di utilizzare il termine sbagliato, il rischio è che il dialogo si interrompa. E io credo che il nostro obiettivo debba essere l’esatto contrario: creare le condizioni perché le persone parlino di più, ascoltino di più e riflettano di più sulle conseguenze delle proprie parole. Per questo preferisco spostare l’attenzione dalla ricerca della parola “perfetta” alla costruzione di una maggiore consapevolezza linguistica. Aggiungo che anche il fastidio che alcune persone esprimono nei confronti di parole come inclusione andrebbe ascoltato e interrogato, non liquidato. Molti, moltissimi ancora – e in buona fede, con le migliori intenzioni – utilizzano “inclusivo”, e inclusione. Non ci trovo nulla di scandaloso, anche se io personalmente preferisco usare “linguaggio ampio” perché sono d’accordo con chi dice che “inclusione” suoni quasi come una concessione da parte di una maggioranza rispetto alle minoranze. Dobbiamo accompagnare il dibattito, e dare significato alle parole attraverso pratiche reali, non solo di ascolto. Ecco perché “disarmare il discorso”, per me, non significa sorvegliare ogni parola col piglio dell’autorità morale. Significa piuttosto creare uno spazio in cui le persone possano essere nominate e rappresentate con rispetto, senza essere ridotte a stereotipi, e in cui sia possibile correggersi, imparare e cambiare senza essere immediatamente giudicati. È da lì che nasce una comunicazione più inclusiva, anzi “ampia”(preferisco usare “linguaggio ampio” perché “inclusione” rischia di suonare come una concessione da parte di una maggioranza rispetto alle minoranze) e, soprattutto più consapevole.
Le parole di Faloppa tracciano una rotta chiara, in direzione dell’ascolto e della partecipazione. La Città dell’Energia vuole essere un luogo in cui questo cammino prende forma: uno spazio in cui far circolare idee e attivare nuove sinergie tra cittadini, istituzioni e associazioni. Volete continuare questo viaggio con noi? Registratevi qui per diventare Cittadini e seguire le nostre iniziative